A proposito di “Sevda” e del suo autore: il poeta Alessandro Zilli
“Sevda” si presenta come un elegante forziere, una porta che si apre sul mondo autenticamente umano e singolarmente unico di Alessandro Zilli.
Premetto di condividere l’irritazione dell’amico Alessandro verso l’Editore despota che, nella esecuzione della stampa, ha “disordinato” l’ordine delle poesie che compongono la silloge poiché l’insieme ne viene stravolto. E’ come se quell’ideale percorso del viaggio e della vita dal tracciato impervio ma lineare e con un incipit coerente con la proposta, uno svolgimento in crescere ed una conclusione ben definita avessero perduto il senso direzionale.
Quando infine, superati gli incroci, le confluenze e le deviazioni si giunge al traguardo, si comprende il senso dell’insieme ma se ne è persa la “consecutio temporis”.
Figurativamente potremmo affermare che, in luogo del mosaico, ci vengono consegnate distinte le sue tessere equivalenti ad un caleidoscopio in luogo di una tela, una pinacoteca in luogo di un affresco e l’emblematica rappresentazione della vita concepita da Alessandro nel suo viaggio diventa una raccolta di flash back e di proiezioni nelle quali diluisce la presunta “Sevda” che diventa più propriamente una “Saudade” brasiliana di relativa intensità.
Si potrebbe rimediare chiedendo ad Alessandro di ricostruire l’immagine del puzzle suggerendoci l’indice originario per meglio comprendere e rileggere l’opera.
In questa attesa, mi vedo costretto ad analizzare singolarmente i testi delle poesie che molto volentieri rileggo.
Chiedo anzitempo perdono per la necessaria lunghezza dell’excursus che cercherò di abbreviare aggregando le poesie con denominatore comune sebbene tale abbrivio potrebbe non risultare risolutivo.
Se di velata melanconia si dovesse trattare, cercherei nella silloge rimembranze legate alle origini del poeta ed alla sua attitudine artistica; mentre invece sono soltanto quattro le poesie che l’Autore dedica ai ricordi ed altrettante alla frequentazione professionale dello “strumento” musica.
Questa scelta è determinata dalla necessità di giustificare il suo grande amore per l’Europa estremo-meridionale costretta a globalizzarsi rapidamente senza poter contare su mezzi e tempi adeguati.
Cosa abbia determinata questa inesauribile passione, simile a quella dell’amante soddisfatto eppure tenace nell’impresa amorosa e mai dono, non è dato sapere. Pur tuttavia, si comprende che Alessandro Zilli è stato folgorato dai colori, dai suoni e dai profumi di quelle terre.
Il perché dell’inclinazione morbida piuttosto di quella drammatica è palese nella maturità della esperienza. Alessandro è partito consapevole delle sue potenzialità e convinzioni al punto di non temere l’incontro ed il confronto con realtà diverse da quelle natali. Procedendo quindi con un ordine del tutto arbitrario e personale mi appresto ad entrare nel merito.
Ne “la vecchia casa di campagna”, Alessandro ci partecipa le sensazioni suscitate nella rivisitazione del luogo d’infanzia disegnando con arte e trasporto un ambiente natale vivo ed indimenticato. Di analoghi quadri è costellata la sua poetica e sono sempre emozionanti esperienze di lettura nelle quali si rimane stupiti di come l’Autore riesca con brevi tratti a disegnare un ambiente ricco di presenze così nettamente distinte eppure tutte integrate in un insieme sensazionalmente unico. Da qui parte l’esperienza di vita di Alessandro e cioè della attenta osservazione di chi e di ciò che lo circonda.
Partendo dal luogo dell’infanzia, l’Autore ripercorre per tratti essenziali la sua esperienza umana nei versi di “dello sfiorarle le labbra”. Egli rivela così il momento nel quale ha preso coscienza di sé e di come voleva rapportarsi con gli altri. Quel momento si impone come costante che il passato proietta nel futuro attraverso le incertezze che determinano le scelte e la acquisizione degli strumenti per realizzarsi.
Farei risalire agli anni della formazione musicale scolastica e quindi al ricordo anche “il funerale di Mozart” dove la condanna dell’indifferenza atroce per la povertà si abbatte anche sul prodigioso genio. In questa ode al Maestro, passato, presente e futuro si amalgamo. Antiche strade, scompartimenti del treno e righi musicali appartengono alla istantanea di un breve soggiorno. La Vienna che l’Autore porta alla nostra attenzione non è quella di Strauss, degli edifici, dei giardini, del Prater o del Bosco viennese” bensì quella grigia che investe chi ne percorre con lo sguardo le periferie industriali, lungo la ferrata che conduce alla capitale. Quella atmosfera si ripercuote quindi su tutto quanto attiene il soggetto e l’impatto con quell’ambiente in un contesto di angosciata repellenza.
Ma del come Alessandro ha vissuto i primi palpiti degli echi d’amore è ricca di dettagli “la gazza ladra”, volatile molto diffuso nella regione di origine. Egli si serve di questo riferimento per tracciare un cerchio che sembra chiudere il ciclo vitale dell’esperienza adolescenziale e giovanile nel pragmatismo della vita reale.
Ciò nonostante, egli, con ricchezza di immagini ed aggettivi inconsueti che gli sono usuali, approda dall’incanto allo strumento pratico che inevitabilmente lo costringerà nel prosieguo a riflettere chino sulle carte e cioè la scrittura. La lettura della poesia anzidetta sazia di sentimenti il lettore attento.
E quindi, inizia il viaggio del poeta che fa risalire all’autunno la stagione del distacco e più precisamente, in “San Martino”, a quell’estate di San Martino che inganna le aspettative e tradisce il viandante. Qui si materializza il contrasto tra chi si propone di andare e le ragioni del rimanere. L’ancoraggio rassicura da un lato e dall’altro inibisce. In questi versi si svelano i termini contradditori tra aspirazione e realtà e si svela il richiamo forte del territorio animato e disegnato con pregevole dettaglio naturalistico. Nel contesto si evidenzia la incessante proficua progettualità dell’Autore. Il tema è riproposto nella “la neve, l’atleta ed il cavallo” con altrettanta incisività. Alessandro non cede davanti le difficoltà che sa di dover superare a prescindere per realizzare i suoi progetti.
Ne “la porta d’oriente” si coglie il momento dell’avvio effettivo del viaggio. L’Autore lo affronta impensierito. Lo vomita disgustato ne il “traghetto”, quasi soffocato dall’inatteso disagio. Si tratta di una insoddisfazione putrescente che il poeta si trascina sedimentando sensazioni inglobate nelle “partenze” e che nemmeno nel tragitto “del ritorno” si quietano. In questo periodo, il poeta vive esperienze stressanti che non riescono a dissipare le nebbie che gli precludono la vista di un futuro soddisfacente.
Nelle undici poesie che ho idealmente raggruppate sotto il comune denominatore “ambiente-paesaggi” riaffiora la predilezione a rifugiarsi nelle atmosfere impressionistiche espresse mirabilmente in “lastre di ghiaccio” e, come se Alessandro non potesse fare a meno di piacevolezze, spunta una luce lontana di nostalgica speranza in “Carlos”.
Ma il poeta, come novello Sadko, pur avvertendo il richiamo prossimo dell’Araba Fenice, non riesce ancora a definire chiaramente i contorni e si chiede dunque circa l’esattezza delle nuove sensazioni rispetto quelle di un passato che a volte richiama ed a volte ripudia.
L’esistenzialismo artistico si rivela sul confine di “verso il mare”, si drammatizza nell’ideale collegamento di due civiltà in “Durrës-Trieste” e “Scutari”, ma in quest’ultima c’è una vena di ottimistica speranza in un futuro che risollevi l’amata terra senza cancellarne le prerogative.
Imbattendosi in “Fogliano Redipuglia” e volendo spingere il ragionamento agli estremi, parrebbe che le vittime del primo conflitto mondiale potessero specchiarsi in quelle della guerra nei Balcani. Dovrà sempre essere un fatto bellico a determinare, dopo la sofferenza, il riscatto? Però il dolore è grande come in “kosova”, allora è preferibile pensare a “Sarajevo” immersa in un coprifuoco, nelle tenebre, in attesa del giorno, della resurrezione. “Sulla strada da Shkodra a Shëngjn” si comprende che i dolori per le ferite non si possono esaurire nel breve periodo.
La vita deve riprendere “a Zajecar” attingendo alle gradevoli tradizioni che forniscono la testimonianza di indimenticabili e bucoliche piacevolezze alle quali bisogna prestare cura, perizia ed amore per consentire a “dei fiori” nuovi di rifiorire e donare frutti.
Come anticipato, per chi cercasse nel poeta Alessandro una esibizione dell’esperienza conseguita nello studio della musica, stenterebbe a scoprirla. La utilizza infatti soltanto in quattro poesie per situazioni specifiche che non si disgiungono dal contesto della silloge. In “backgammon” dà addirittura ad intendere di non dare importanza all’arte che lo ha formato e distinto, eppure è chiaro che se ne serve per determinarsi in “je rachète Adam et le son” articolando lirica e musica per giustificare la primordiale origine e sensibilità. Esalta la sua arrendevolezza al richiamo dei suoni in “stasera gran concerto” e lascia in eredità ciò che è trasmettibile ai posteri “ad Alessandrio”, senza per altro non metterli sull’avviso dei tradimenti e delle illusioni che l’arte induce nell’artista inconsapevole, ingenuo ed inesperto.
Sono infine tredici le poesie che ho raggruppato sotto il titolo ideale di sensi e persone. In esse, Alessandro distilla l’essenza dei suoi stati d’animo e dei suoi sentimenti. Lo fa egregiamente e con l’incisività che gli è usuale aprendo i sipari delle aree intime che sono immerse in quella natura che non molti sono in grado di sentire. L’esercizio dei sensi si va esprimendo attraverso le immagini che li riflettono in “fra la Drina e la Buna”, “come il vento l’erba” ed “insolito tepore fra la neve”. Nella prima, gesti d’amore articolati sul pentagramma percorrono il degrado nobilitandolo senza lasciarsi contaminare. Nella seconda, l’io interiore si trasforma in linfa e, nella terza, un trittico autobiografico di ragguardevole completezza potrebbe essere anch’esso una conclusione alla silloge, una delle possibili, anche se chi scrive, in genere, non ama vedere individuate le proprie creazioni come autobiografiche.
Con uguale sentimento, ne “il lamento di Skender”, il poeta abbraccia con amorevoli trasporti una Terra che sente sua ancorché dilaniata dalla guerra e gli incontri fugaci con “Sarah”, “Nina” ed “Ermira” in una “frenesia d’incontri” ed in un “tango dittico” senza farsi impressionare da una “saponificazione” solo rituale, né dallo struggimento de “la schiusa” e “la bricola”, dove richiama all’attenzione allettanti soddisfazioni sempre intensamente avvertite.
Testamentaria, omnicomprensiva ed, a mio avviso, conclusiva di questa silloge “sevda” è la composizione dal titolo “quando ti leggo”, un delicato e poetico commiato da chi ha condiviso le confidenze di un artista.
Alla stessa stregua, amo pensare che quanti hanno avuto la pazienza di leggere questa frettolosa recensione trovino il modo di rileggere attentamente e di studiare questa silloge con la certezza di soddisfare così l’istintiva e naturale propensione per quella letteratura pura, profonda e variegata che è la poesia.
Questo rinnovato suggerimento per tutti mi impegna a lasciare in bella mostra “sevda” della cui creazione ringrazio ancora l’amico Alessandro Zilli del quale mi permetto di dire di aver lette molte sue composizioni sul suo bolg raggiungibile all’indirizzo http://alessandrozilli.leonardo.it/blog/ Poeta, musicista, già direttore dell’istituto di musica Vivaldi di Monfalcone (GO) e mediatore culturale, Alessandro attualmente svolge un “gustoso” lavoro autonomo in provincia di Udine.
Le sue composizioni, ricche di suggestioni, richiedono una lettura attenta e dotta sia per le tematiche proposte che per la terminologia impiegata.
Alessandro non si trincea dietro illusionistiche fantasie e trasmette al lettore, con precisa nitidezza, i contenuti degli ambienti e di coloro che li popolano disegnandoli e miscelandoli per farne risaltare le rilevanti distinzioni proposte tutte nel rispetto della loro singolarità che egli dimostra di amare e di ricevere in sé come doni che, subito dopo avere acquisiti, rimpiange come fossero già destinati a scomparire. Egli vive dunque la nostalgica eredità del passato nel presente corrente imponendosi comportamenti coerenti con il progettato futuro e, su questo, non ammette deroghe e concessioni; anzi, non lesina richiami quando gli argomenti lo portano a definire i suoi principi etici e sociali.
Ai poeti non è dato chiedere il perché delle loro affermazioni e, nel caso di Alessandro, l’indirizzo si deve ricevere come acquisito e, ove questo fosse di contrarietà, resterebbe comunque la indiscussa e condivisibile varietà ed accuratezza descrittiva dei luoghi che costituiscono il patrimonio pregevole della sua opera; infatti, le scenografie proposte possono definirsi compiutamente perenni ed, ove fossero destinate a sparire col tempo, Alessandro le avrebbe definitivamente fissate nei versi per consegnarle al lettore, alla storia ed alla memoria collettiva.
Luciano Pick
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