Le corde in minugia

Graffiti di vita

RAI international (questioni d'albanese.. in Italia)

Vi propongo questa lettura, un momento di formazione, ma specialmente di riflessione volto a rivalutare l' "albanese" in quanto tale (persona, lingua... cultura). I testi a seguire sono tratti dal sito http://www.italica.rai.it che trovo FAVOLOSO (la RAI qualche volta c'azzecca ) non solo per questi testi che riporto, ma perché dobbiamo  sapere che oltre ai culetti delle ballerine della domenica (in?), dei talk show (anche quelli IMPEGNATI ) come Porta a Porta e buffonate varie che sono puro PANEM ET CETERA... la RAI riesce a fare ancora qualcosa di buono. Non vi invito a pagare il canone che è assolutamente "questione di coscienza" come il sesso per il Concilio Vaticano II, bensì a prendere atto che RAI non è MEDIACOM e produce anche cose molto "buone e giuste".... come il sito succitato

L'ultima frase (che ho evidenziato) è bellissima, ma arrivateci... piano piano (mi rivolgo in particolar modo ai politici, agli operatori culturali, ai mediatori culturali... etc. senza far nomi)

Invasioni albanesi in Italia?

Che una mobilità intensa caratterizzi periodicamente (e imprevedibilmente) vaste aree del mondo è facile osservare considerando l’epoca attuale, nella quale cospicui flussi migratori investono tanti paesi, nella direzione che da quelli poveri porta ai ricchi. Dall’est europeo, dall’Africa, dall’Asia, dall’America centromeridionale un flusso continuo si muove verso i paesi dell’America settentrionale e dell’Europa occidentale, tra cui l’Italia. Questo flusso migratorio inverte la direzione dall’Europa al resto del mondo, dominante in due epoche distinte, e insieme connesse tra loro: l’età dei viaggi e delle scoperte geografiche, e l’età del colonialismo. Molti paesi, oggi ricchi, hanno conosciuto, poi, l’esperienza dell’emigrazione. Questa è stata ben nota all’Italia, in epoca postunitaria e poi nel secondo dopoguerra.

Dunque l’Italia è una delle mete del grande, eterogeneo, poco controllabile e, almeno da noi, pochissimo controllato flusso migratorio tipico della società attuale.

Molta impressione hanno suscitato le recenti ondate migratorie dall’Albania che si sono avute nel 1991 e nel 1997 (dopo una prima avvisaglia nel 1990), prevalentemente da Valona (nell’Albania meridionale) alle coste pugliesi, attraverso il canale di Otranto. Quelli degli immigrati che non sono stati respinti al paese d’origine, si sono stabiliti prevalentemente in Puglia, Basilicata, Calabria (salvo poi prendere la via per l’Italia settentrionale, o per altri paesi europei).

A proposito di questi viaggi clandestini, controllati da organizzazioni che vendono a caro prezzo un posto in imbarcazioni vecchie e malsicure, i mezzi d’informazione hanno usato i termini, alquanto enfatici, di invasione e di emergenza; e qualche volta per i clandestini si è parlato di "boat people", un’espressione coniata nel 1977 per significare le fughe dal Vietnam e dalla Cambogia successive alla conclusione del conflitto tra Stati Uniti e Vietnam, o analoghe fughe in massa da Cuba, dovute alla persecuzione politica e alla disperazione per la situazione economica e i gravi stenti. Analogamente, la situazione di anarchia in cui è precipitata l’Albania in seguito alla caduta del regime comunista e alle enormi difficoltà nel ricostruire una vita civile degna di questo nome, ha provocato gli episodi di fuoriuscita ricordati ora, in direzione dell’Italia e di altri paesi.

Se, a preferenza di altri, si ricorda per primo il caso degli albanesi, non è solo per il clamore giornalistico suscitato dal fenomeno, e da episodi drammatici come l’affondamento di una nave di profughi nell’Adriatico (marzo 1997); e tanto meno per i problemi di ordine pubblico ai quali spesso i resoconti dei mezzi di comunicazione di massa hanno connesso gli albanesi. Un motivo specificamente linguistico è infatti nell’ampia conoscenza dell’italiano rivelata dagli albanesi, e già notata da altri come eccezionalmente ampia (si veda Simone 1997, 68-69). L’hanno dimostrata, piuttosto che indagini specifiche, le interviste televisive agli albanesi in patria e a quelli rifugiatisi in Italia, in occasione delle ondate migratorie del 1991 e del 1997. Se ne ricava che la popolazione albanese capisce e parla in larga misura l’italiano, e spesso piuttosto o molto bene: una circostanza straordinaria, se si tiene conto del fatto che in un paese così povero è difficilmente concepibile un’articolata organizzazione scolastica dedicata all’insegnamento delle lingue straniere; in secondo luogo, dal 1946 al 1985 l’Albania, sotto la dittatura di Enver Hoxha, ha conosciuto una forma di comunismo che per il suo parossistico isolazionismo è stata paragonata a quella vigente attualmente nella Corea del Nord (riprendo il confronto da Glenny 1997, 32-36). Per reazione evidente alla situazione in cui era costretta a vivere, una parte ampia della popolazione ha imparato l’italiano per via extrascolastica, grazie ai programmi televisivi italiani. È questo il caso più vistoso di una diffusione della lingua veicolata, nell’area mediterranea, dalle reti televisive italiane; ed è il caso di osservare che per sua natura la televisione, che si rivolge a un pubblico destinato a restare inevitabilmente passivo, non si presta a essere veicolo efficace di una lingua straniera, o tutt’al più ne favorisce la comprensione passiva ma non certo l’uso attivo. In altre parole, solo una forte, e quasi disperata, motivazione sta alle spalle di un apprendimento dell’italiano per via televisiva (sulla presenza tradizionale dell’italiano in vaste aree del Mediterraneo orientale torneremo in seguito).

Un secondo motivo per partire dal caso albanese sta nella riscoperta delle comunicazioni marine, condizionate dalla vicinanza geografica. È banale osservare che chi intraprende viaggi lunghi si serve dell’aereo, un mezzo di trasporto che annulla i confini fisici, trasportandoli all’interno degli aeroporti dove essi diventano immateriali e si traducono in un controllo sulle persone e le cose. Poiché molti immigrati giungono clandestinamente nel paese (e poi cercano di essere legalizzati), ne deriva l’effetto, alquanto paradossale, che le frontiere italiane sono tornate a essere strategicamente importanti: l’alta quota di illegali fra gli immigrati limita l’uso dell’aereo e incentiva l’ingresso tradizionale, per via di terra e di mare, in Italia. Non meraviglia che la penetrazione avvenga attraverso il confine di terra ma privilegi lo sbarco sulle coste, più difficili da controllare, per via di uno sviluppo di 7.500 chilometri. Considerando che il canale di Otranto è largo 70 km, equivalenti a un viaggio per mare di poche ore che può essere affrontato, in condizioni normali, dalla nave più malandata, non stupirà che quella via sia diventata una delle preferite per trasportare in Italia immigrati clandestini da ogni parte del mondo, e non solo gli albanesi per i quali il canale è da sempre la via d’accesso più ovvia per l’Italia.

PREMESSA

Nel territorio italiano sono presenti ancora altre isole linguistiche, formatesi per motivi storici diversi:

  • sono di lingua albanese (arbëresh) vari paesi sparsi nell’Italia centromeridionale e in Sicilia: Villa Badessa (comune di Rosciano, in provincia di Pescara); Ururi (Campobasso); S. Paolo di Civitate (Foggia); S. Marzano di San Giuseppe (Taranto); S. Costantino Albanese, S. Paolo Albanese (Potenza); Greci (Avellino [l’insediamento albanese si stratificò su un paese bizantino; di qui il nome]); Falconara Albanese, S. Caterina Albanese, S. Demetrio Corone, S. Giorgio Albanese, Vaccarizzo Albanese, Spezzano Albanese, S. Sofia in Epiro (Cosenza); S. Nicola dell’Alto (Catanzaro); Piana degli Albanesi (Palermo) (si veda il cap. II par. 2; e si tenga presente Pellegrini 1977, 46 n.)

Gli insediamenti albanesi in Italia

Nuove minoranze che parlano lingue diverse dall’italiano si stanno costituendo nel nostro paese per effetto delle recenti ondate immigratorie, anche se mancano finora quelle forme di organizzazione associativa che permettono agli immigrati di qualificarsi come gruppo relativamente omogeneo e non come un semplice insieme di individui. Invece, sotto l’azione omogeneizzatrice dell’italiano, molte delle comunità alloglotte tradizionali si sgretolano, a meno che non siano dotate di un forte senso di identità e sorrette da una legislazione che le tuteli. In passato, dall’area molto più ampia di quella odierna su cui erano sparsi gli insediamenti croati, vennero iniziative importanti. Uscì in epoca controriformistica, nel 1649-51, il primo dizionario latino-italiano-croato pervenuto, che doveva servire ai Gesuiti attivi nella Croazia: era opera del gesuita Giacomo Micaglia, nativo di Peschici (nel promontorio del Gargano), il quale si definiva slavo di lingua, italiano di nazionalità e originario, appunto, di Peschici (Coluccia 1992, 703). Ora, nel dialetto moderno di Peschici sono stati individuati croatismi che autorizzano a giudicare quel centro una colonia slava poi sommersa (Rohlfs 1958). Dunque l’insediamento croato in Italia dava la nascita a un religioso pronto a utilizzare la propria conoscenza della lingua per collaborare a un’iniziativa che dalla colonia tornava alla madrepatria.

Diversamente dalle colonie slave, in gran parte riassorbite dall’ambiente linguistico circostante, le numerose isole albanesi hanno mostrato una grande vitalità. Anche l’albanese d’Italia (arbëresh) è in declino, ma in realtà c’è da meravigliarsi che quei piccoli centri abbiano conservato la lingua per secoli. La presenza di comunità albanesi che parlano la lingua materna e quella del posto è notata in un rapporto sulla situazione religiosa della Calabria scritto nel 1654-59:

  • Vi sono molti casali tutti ripieni d’Albanesi. Gente anch’essa per lo più vile e da fatica, la quale usa il linguaggio suo proprio, ma ragiona [parla, comunica] ancora coll’ordinario. Al tempo dei Re d’Aragona molte famiglie fuggendo la tirannia del Turco quivi si trasportarono ad abitare (Librandi 1992, 776).

  • Come con gli altri popoli dell’altra sponda adriatica (dalmati e greci), così con gli albanesi le relazioni sono state sempre fitte. All’indomani dell’indipendenza albanese (1913), l’Italia occupò Valona dal 1914 al 1920; negli anni del fascismo, poi, esercitò una sorta di protettorato sul paese. Queste relazioni sono riprese, e anzi scoppiate, subito dopo la caduta del regime comunista (cap. II par. 1). In realtà, l’Italia unita ereditava la presenza veneziana in Albania, ben più antica (considerazioni analoghe valgono per gli insediamenti veneziani sulle coste della Dalmazia e in Grecia): risale al XV secolo l’occupazione di alcune città, tra le quali Valona. È questo il tempo dell’inesorabile risalita turca lungo i Balcani, in direzione di Vienna: la caduta di Costantinopoli del 1453 non è che l’episodio più noto ed emblematico di un’avanzata che sarebbe stata arrestata solo nel 1683, sotto le mura di Vienna (seguì poi il lungo declino della potenza turca). In questo periodo l’espansione turca si dirige anche contro le aspre regioni montuose dell’Albania, trovando però una forte resistenza e subendo numerose sconfitte dalle popolazioni albanesi, animate da forte spirito indipendentistico e organizzate dal valoroso Giorgio Castriota, detto Skanderbeg (da analizzare come Skander-beg, e cioè bey Alessandro; bey ‘signore’ è il nome di un’alta autorità ottomana; è sbagliata la scrittura Skanderberg che, frequente negli studi, non solo italiani, che parlano del personaggio, equivale a una sorta di singolare germanizzazione del nome). Albanese e quindi cristiano e allevato a Istanbul nella religione musulmana, Skanderbeg tornò nel suo paese e al cristianesimo.

    La resistenza incontrata dai turchi nella penisola balcanica era incoraggiata in Italia; e appoggiarono Skanderbeg Alfonso d’Aragona re di Napoli e il papa. Lo Skanderbeg, che fu anche in Italia, animò la resistenza fino al 1468, l’anno della sua morte. Scomparso lui, l’Albania entrava a far parte del dominio turco, e dal porto di Valona, ormai controllato dai turchi, partivano, nel 1480, la flotta e gli armati che sarebbero sbarcati in Puglia e avrebbero conquistato Otranto, facendo strage degli abitanti e occupando per un anno abbondante la città salentina, prima di esserne ricacciati.

    A queste fitte relazioni quattrocentesche risalgono gli insediamenti albanesi nell’Italia meridionale: la relazione del 1654-59 citata di sopra allude appunto alla fuga dalla dominazione turca (che è anche alla base delle colonie croate). Si sa che nel 1461 Ferdinando (Ferrante) d’Aragona chiamò lo Skanderbeg nel Regno meridionale perché l’aiutasse a sedare un contrasto interno al suo regno (non è invece documentato l’albanese Demetrio Reres che, secondo una tradizione spesso ripetuta, ma probabilmente infondata, sarebbe stato chiamato con i suoi uomini da Alfonso d’Aragona re di Napoli, padre di Ferrante, per reprimere un’insurrezione in Calabria (Petta 1996, 14-17).

    Quanto a Venezia, una rete di alleanze le era essenziale a Venezia per contrastare l’avanzata turca, sicché la Repubblica aveva appoggiato Scutari, una delle città albanesi che si opponevano alla conquista ottomana. Quando, nel 1479, Venezia e la Turchia fecero la pace (che era poi la premessa perché la spinta espansionistica turca si volgesse, l’anno seguente, contro Otranto), quegli degli abitanti di Scutari che erano sopravvissuti (450 uomini e 150 donne) a un assedio dei turchi, trovandosi privi del sostegno veneziano, si rifugiarono nel territorio della Repubblica e trovarono sistemazione presso Gradisca (Babinger 1957, 549-552).

    La presenza albanese nell’Italia quattro-cinquecentesca dipende dalla disponibilità albanese a servire come mercenari. Erano infatti combattenti audaci e spietati, che si organizzavano in bande alimentate dai membri della tribù. Armati alla leggera, gli stradioti (dal greco stratiotes ‘soldato’) erano cavalieri mercenari armati alla leggera, veloci negli assalti, efficaci nelle scorrerie e perciò apprezzati da chi li ingaggiava. Provenivano per lo più dalla penisola del Peloponneso (allora detto Morea), dove gli albanesi si erano stabiliti in buon numero (del resto, la Grecia è tuttora, per motivi ovvi, una delle mete dell’emigrazione albanese).

    A gara la repubblica di Venezia e il Regno di Napoli mandavano emissari per arruolare albanesi; mentre nel territorio veneto non rimasero insediamenti stabili (ma a Venezia un piccolo edificio è intitolato alla Scuola [‘associazione’] degli Albanesi), nel regno meridionale i capi albanesi ricevettero concessioni di terre, cui si collegano in qualche isole le isole albanesi di oggi. Ai compensi territoriali legati a queste circostanze risalgono le prime colonie albanesi; ma gli insediamenti continuarono anche in seguito, fino al XVIII secolo: i signori feudali del Meridione, infatti, più volte invitarono gruppi di albanesi a insediarsi sui monti dell’Appennino (sugli stradioti si veda Petta 1996).

    La relazione seicentesca già citata attesta che la posizione sociale delle colonie albanesi nel Meridione era assai modesta ("gente... per lo più vile e da fatica"). La scarsa istruzione scolastica e la vita condotta in centri appartati, tagliati fuori dalle vie di comunicazione, possono spiegare, ma solo in parte, la conservazione nel tempo delle parlate albanesi (come di altre minoranze); e invocare in astratto un senso d’identità particolarmente spiccato è a ben vedere una spiegazione apparente, perché anzi è questo il punto da spiegare. Certo è che se gli albanesi d’Italia hanno voluto conservare lingua e religione e costumi e insomma tradizioni, queste hanno dovuto essere innovate almeno in un punto, che era necessario modificare proprio per salvare il resto della tradizione. Alla struttura del clan vigente in Albania ancora in tempi vicini ai nostri, e non del tutto scomparsa, a quanto pare, neppure oggi, si collega l’uso dell’esogamia: il matrimonio, cioè, avviene tra individui appartenenti a clan o, meglio, a tribù diverse. Le comunità albanesi in Italia, lontane l’una dall’altra, si sono distaccate da quest’uso e hanno praticato l’endogamia, allo scopo di evitare i matrimoni "misti", almeno fino a ieri. In tal modo, si potevano preservare la lingua, la religione di rito bizantino, le tradizioni in genere. Quando si celebravano matrimoni misti, allora la regola era quella che il nucleo familiare si stabilisse nel paese del marito. Se quest’ultimo era italiano, la moglie si stabiliva fuori della comunità albanese; se era albanese, la moglie viveva con lui nella comunità, dove l’educazione, non solo linguistica, dei figli sarebbe stata ancorata alla tradizione del posto (Resta 1996, 43-47).

    Ciò non toglie che la situazione si evolva nel senso dell’indebolimento delle comunità albanesi: un’indagine recente sugli albanesi di Greci (in provincia di Avellino: par. 2), che era stata già studiata nel 1970, ha mostrato l’inevitabile penetrazione dell’italiano nella compagine linguistica di Greci. Particolarmente sensibile, come era facile prevedere, è l’italianizzazione nella parlata delle generazioni più giovani (Del Puente 1994). A Greci, prossima ad Ariano Irpino, la pressione dell’italiano significa, più concretamente, pressione del dialetto campano locale e dell’italiano regionale, noto agli abitanti di Greci (i quali talvolta parlano tra loro in albanese per non essere capiti dagli estranei); di qui l’abbandono di parole albanesi a favore di prestiti dall’italiano (nel senso ora specificato). Tra i bambini di Greci, infatti, udhë ‘strada’ è sostituito da stratta; zog ‘pulcino’ da pulçinë; nussa ‘bambola’ da bambulë (Del Puente 1994, 84).

    Inoltre l’italiano agisce sull’albanese parlato a Greci riducendo il repertorio dei suoni (o, più esattamente, l’inventario fonematico): tendono a sparire i suoni dell’albanese che non trovano riscontro in italiano; e anche la consapevolezza del carattere dialettale o regionale della caratteristica pronuncia della sibilante palatale š davanti a velare o bilabiale (le pronunce meridionali šposa e šcuola) induce a trasformare in s la š presente (legittimamente, per così dire, nel senso che non si tratta di fenomeno dialettale) nella varietà albanese (Del Puente 1994; per l’impoverimento che le strutture dell’idioma dominante provocano in un idioma dominato, che viene per così dire passato attraverso il filtro dell’idioma dominante, con il risultato di eliminare ciò che non si adatta alle categorie di quest’ultimo, si veda in generale Cardona 1984).

    Mentre i matrimoni misti si moltiplicano, non pare che si realizzino un incontro e un rafforzamento reciproco tra gli antichi insediamenti e le nuove immigrazioni dall’Albania, le quali, pur senza dimenticare l’apporto degli immigrati al lavoro nelle campagne o alle attività pastorali, sono dirette non verso i piccoli paesi meridionali, ma le grandi città, dove meno difficile è trovare un’attività o un lavoro; per non dire che la distanza linguistica e culturale tra madrepatria e colonie è, di norma, notevole. È vero che in occasione del recupero degli albanesi morti nell’Adriatico nel marzo 1997 (cap. II par. 1), i parenti delle vittime sono stati assistiti da un avvocato nativo di uno dei paesi albanesi d’Italia; ma l’episodio sembra restare, almeno per ora, occasionale.

    Ogni previsione è azzardata; si può osservare tuttavia che se, come si è visto, le ragioni della geografia e della storia hanno portato più volte e portano tuttora a contatto italiani e albanesi (per non risalire agli antichi romani), sarebbe ingenuo credere alla continuità, dal Quattrocento a oggi, di tali relazioni: queste sono cambiate, così come l’Italia e l’Albania di oggi non coincidono con quelle del Quattrocento. Basti dire che nel Quattrocento era il comune interesse all’indipendenza dal Turco (come allora si diceva), cementato dalla comune fede cristiana, a favorire le alleanze veneziane e napoletane con lo Skanderbeg, mentre oggi la popolazione albanese è, proprio come risultato della dominazione turca, in maggioranza musulmana; e in generale il terreno d’incontro odierno è diverso da quello del passato. Il che non vuol dire che esso non possa essere migliorato con un’azione politica e culturale adeguata, che dovrebbe essere intrapresa nei riguardi degli albanesi come delle altre minoranze, antiche e recenti.

    Estratti dal sito già citato www.italica.rai.it

    sezione Storia della Lingua Italiana di Francesco Bruni

    TuttoPerInternet.it

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    Acquaformosa - Firmosa (CS)


    Le origini di Acquaformosa risalgono al sec. XII, dove un piccolo nucleo di abitazioni sorsero intorno al convento cistercense di S. Maria del Leuccio.


    Il paese nacque però con l'arrivo dei profughi albanesi tra il 1476 e il 1478 e si stabilirono nel territorio che il principe di Altomonte aveva donato ai monaci Cistercensi di Santa Maria.


    Le feste religiose con il suggestivo rito, hanno un sapore particolare. Il centro abitato si caratterizza per la presenza di piccole strade, collegate tra di loro da catoi, scalette o ponticelli.


    A 1400 m. di altitudine, è il Santuario della Madonna del Monte (XI-XII sec.). Vi si venera una Madonna raffigurata con una statua scolpita in pietra tufacea del sec. XVII., inoltre vi è la parrocchia di S.Giovanni Battista (sec. XVI) di rito greco-bizantino, questa conserva un'iconostasi in stile bizantino e tre grandi tavole del senese Marco Pico (sec. XVI), rappresentanti l'Assunta e due Santi. Il tempio custodisce anche un coro ligneo in croce, il portale centrale in castagno scolpito, con due aquile bicipiti e svariate statue lignee con reliquari dei sec. XVII-XVIII; la chiesetta della Madonna della Concezione che custodisce al suo interno  affreschi di notevole interesse raffiguranti figure di santi di ispirazione bizantina e un soffitto ligneo dipinto del sec. XVIII.


    La prima e l'ultima domenica di luglio La festa della Madonna del Monte (Festa e Shën Mërisë së Malit) si svolge con pellegrinaggio della parrocchia di Acquaformosa, Lungro, Firmo e paesi circostanti, con canti, danze e le donne vestite nei tradizionali costumi albanesi.


    L'ultima domenica di maggio si festeggia la Madonna della Misericordia. E' consuetudine durante l'Epifania la benedizione dell'acqua nella Fontana Vecchia (Kroj Pjak).


     


     A titolo informativo per chi ne vuole sapere di piu´sugli Arberesh.


    Gli Arberesh in Calabria


     


    Molti dei comuni della provincia di Cosenza, sono abitati da popolazioni di lingua, costumi e tradizioni di origini albanese.


    Verso la metà del XV sec., alcuni gruppi di profughi provenienti dall'Albania meridionale da cui alla morte del loro eroe nazionale,Giorgio Castriota Skanderbeg fuggivano per non sottomettersi ai Turchi ottomani, si fermarono in questi luoghi creando degli insediamenti stabili.


    Insieme alla loro cultura portarono il culto greco bizantine che, ancora oggi, viene celebrato.


    Infatti gli arberesh provenienti dall'Epiro e dalla Grecia, erano sotto la giurisdizione del Patriarcato di Costantinopoli, per anni grazie anche all'opera della Chiesa hanno continuato a mantenere il proprio rito come elemento della propria identità: religione Cattolica perché unita a Roma, greco-bizantina per l'unione con l'Oriente e il credo nella teologia, spiritualità e disciplina degli orientali ortodossi, separati da Roma..


    Nel Comune di Vaccarizzo Albanese è stato costruito un museo che custodisce le tradizioni ed i costumi di questa popolazione.


    Questi i paesi:


    Acquaformosa, Ejanina Mongrassano, S.Giacomo di Cerzeto, Caraffa di Catanzaro, Falconara Albanese,  Pallagorio, S.Giorgio Albanese, Carfizzi, Farneta,  Plataci,  S.Martino di Finita,  Castroregio, Firmo,  S.Basile, S.Nicola dell'Alto, Cavallerizzo, Frascineto, S.Benedetto, Ullano, S.Sofia d'Epiro, Cervicati, Lungro, S.Caterina Albanese, Spezzano Albanese, Cerzeto, Macchia Albanese, S.Cosmo Albanese, Vaccarizzo Albanese, Civita Marri, S.Demetrio, Corone, Vena di Maida.


    Ciao molto interessante ma sono cose che gia´sapevo,sono un arberesh di nascita .


    E´chiaro che gli Arberesh non sono gli Albanesi dell´Albania ,e per puntualizzare non hanno niente a che vedere con gli


    stessi,a parte la lingua che si differenzia di molto con l´Albanese attuale,essendo la nostra una lingua molto antica


    tramandata oralmente.Molti di noi quasi il 70% non lo sa scrivere, e provare a leggerlo si fa molta fatica


    Il punto e che noi Arberesh viviamo in Italia da piu´di 500 anni,abbiamo i nostri usi e costumi,religione di rito Greco


    Bizzantino e le antiche tradizioni.Tra l´altro noi siamo originari del Peloponneso anticamente chiamata Morea.


    Invece l´Albanese d´Albania e´arrivato di recente in Italia dopo anni di regime dove non esistevano ne le chiese ne


    le moschee ,la loro fede e´ la shqiptaria non esiste altro , a si dimenticavo il dio denaro,e l´automobile di grossa cilindrata.


    E´chiaro che non bisogna fare di tutta l´erba un fascio,ma l´apparenza non inganna!


    Vi chiederete come faccio a sapere tutte queste cose  vi rispondo dicendo solo "esperienza di vita"





    ps Non ho niente contro gli Albanesi anzi se ne incontro qualcuno mi fa piacere


    scambiare quattro chiacchiere con loro,ma questa oggi e´la realta´anche se mi e´difficile ammettere!!





    Ciao Alessandro,


    ho qualche problema a capire dove vuole parare questo articolo...


    io non ho avuto una visione positiva degli albanesi..


    sembra che siano spietati sanguinari e mussulmani per forza di cose..


    a me piacerebbe dialogare a proposito degli albanesi per la questione kosovo


    lina www.adrenola.ilcannocchiale.it


    Ho trovato anch'io il sito segnalato interessante e, come questo, ve ne sono altri altrettanto interessanti. E' un vero peccato non avere abbastanza tempo da dedicarvi. Dunque, grazie per la preziosa segnalazione.

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