Le corde in minugia

Graffiti di vita

Emorragie IV


“Emorragie IV” POESIE INEDITE di Alessandro Zilli

 

 

Bella ciao

Friuli

Nei cirri

Aeroplanini

La seta

Con la punta delle dita

Una certezza

Nonna

L'ombra

Routine

Smarrito

Rugiada

Le mie compagne

Pterigota (che si dissolve)

Anemone

Nina

La cena della nonna (dedicato a Losh)

Il Teatro alla moda (omaggio a Benedetto Marcello)

Fiori di Campo

Il mercante

 

 

Bella ciao

 

 

14/01/2007 15.05    

 


Io bambino, tu con la morte negli occhi
raccontavi la macchia e i colpi alla nuca;
corrono ancora, pietra lavica e nera,
le masiere che percorremmo:

da una parte il baratro e la libertà
dall'altra il profumo dei muschi,
origani incensi,
sassifraghe ed anemoni ad ornare
interstizi argillosi o a celare
mortali le trappole del formicaleone.

Scivolo ancora sui muri,
m'aggrappo ai ricordi di quando cantavi
filo d'erba fra i denti
"Bella ciao" e mi mostravi la fonte
cui - dicesti - non "s'abbervera il cervo,
ma vi crescono alte le cassie"...
quanti segreti portavi assieme alla falce
nei sacchi di juta fra il fieno!

Ho sognato, a mani nude ho scavato
e portato le ossa alle vedove,
ora il cervo può bere,
"Su, raccogliamo il falciato che poi m'accompagni,
in cerca ancora di fossili,
per le nostre masiere".

 

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Friuli

 

 

16/11/2006 07.23    

 


Sono queste montagne
a segnare le mie sere
in profili di fuoco
o flebili rossori,

questa laguna piatta
a dare vita al mio salmastro,
quell'amarezza che mi coglie
dentro all'imbrunire,

mentre mi alterno,
aspra zolla di confine,
in folli corse in corridoi
di barbari e barbarie

e ti riscopro viva
delle contraddizioni,
delle tue mutazioni,
nell'altalenare i giorni,

mute concupiscenze
di bagliori e d'ombre.

 

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Nei cirri

 

 

09/03/2007 21.42    

 


E se t'ho mai parlato delle nuvole...
l'ho fatto solo per non ammarliarti,
non era di Aristofane o de Andrè
soltanto un crine del pennello,
era soltanto un byte d'un quadro di Monet

e ora da questa regia vorrei offrirti
dodici tele lunghe almeno quattro metri
da destinare ognuna a un padiglione
per le serate a passeggiare con le amiche
nel giardino dell'Hôtel Brion.

La vita già regala le certezze,
naif di contadine di Koprivnica
volte al terreno, culo in su, ché il cielo disappare,
sfora soltanto nei riflessi delle pozze
o ti sussurra in squarci di violenti temporali

ed io dipingo ancora i Beatles con le dita
recito lodi a Sofia Loren e a Janis Joplin
e mi ritrovo la bottiglia disseccata,
verde tortura per i tuoi colori ad olio
che indelebili continuano il tormento, ma

perché non t'ho parlato delle nuvole?

Sarebbe bello ora confrontarci
davanti a un sushi, con la musica che non ascoltammo,
con un Battiato cameriere e un Papa cuoco,
t'annoderei le mani e poi, a farfalla,
le lascerei volare.

 

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Aeroplanini

 

 

 

05/11/2006 09.51    

 


Antidoto al veleno
di questa vita irriverente
mi scopro ancora bimbo
che conosce le barbarie
e getto rivoli di china
ed areoplani
da questi finestrini
a scorrimento.

Impazza la rotaia fra le siepi
di biancospini già di brina
ricoperti, ma sotto sotto neri
come quei pensieri
che ti affollano la mente
mal stivati.

Spero che almeno uno giunga
a destinazione
fra questo luogo sconosciuto
e una stazione,
spero che legga qualche d'uno
il mio pregare e smetta

di torturare il sonno dei defunti,
i morti per la pace in guerra,
non è che un controsenso
e io lo grido senza voce
ogni giorno, al vento.

 

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La seta

 

 

21/10/2006 15.41    

 


E' fra il danzar cortese e il tango
esta milonga,
che a volte allieta
e a volte stanca
in permanente affanno

ed io di te mi danno
tra la piega ch'è fra i seni duri
e attorno agli occhi fossi, così vivi:
hai già allattato ben due volte eppure
soddisfi ancora le mie voraci labbra
anche se riga questa barba sfatta
il velo candido tuo petto.

Il sole accende col tramonto
la Plata che diventa oro,
di rosso petalo la seta

poi si tinge.

 

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Con la punta delle dita

 

 

15/10/2006 11.29    

 


Questo giogo ha un sapore,
diverso dal solito, tarlato,
abbandonato già da troppo tempo
e solo ora utilizzato
per crocifiggere le mie dannazioni
senza donne, in Golgota deserto.

In faccia ai monti, un lampo
urla disperazione aliena
come la vacca assetata dall'aratro,
ha da essere munta e non ha una pena
vinta, mentre rotola
la palla del suo occhio
nello sforzo del sassoso campo.

Mucchi di grano, di rosse barbabietole,
e cimiteri muti in vibrazioni,
corrono incontro al mio accellerare
verso la casa che agognata, a sera,
mi porge le lenzuola colorate
e il crisma per lenire le ferite.

Ma quando mai finisce
questa stagione stanca
che ancora arranca e non dà pace?
Vorrei freddi velluti bianchi
e calde stalle dove riposare,
ove apprezzare i contrasti dell'inverno
aprendo il libro della vita,
pensare lentamente a quando

con la punta delle dita
ne accarezzavo il fianco.

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Una certezza

 

 

11/10/2006 20.48    

 


Ho evaso il trascendente
rifugiando nel mistero
e di prigioni di noia,
serragli di routine,
ho limato paziente le mie sbarre
tentando la magrezza della vita.

Forse è questa che molti chiamano "la fede":
passare un giorno incontro a quella luce
lasciando le vestigia pasto inerte
per le nutrie
dei nostri carcerieri.

Essi escono la notte
per non offendere l'aria profumata
che a tratti giunge il giorno coi ricordi
d'esser stati anche noi bambini
mani in tasca
e ognuno dentro

almeno una certezza.

 

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Nonna

 

 

04/10/2006 17.37    

 


Non è un cosmetico
che dona qualità alla percezione,
ma l’inconscia esperienza
che ci unisce al bello
come i ricordi dell’infanzia,
il piacevole universo che
istantaneo sfiorava le gote
dentro a una carezza,
come il pennello di crine
che ti passava il viso
prima della messa
ogni domenica mattina:
gesto che mi fascinò fin dall’inizio
assieme all’odore della cipria
o dell’acqua di Colonia del nonno
usata solo per gli anniversari.

Per troppo tempo
han riposato dentro allo stipetto
ninnoli, vasi magici,
bottigliette a forma di Madonna,
ricordi santi degli amici
che tornavano da Lourdes,
e il tuo sorriso,
sfiorito poi con l’ampliarsi delle rughe,
sotto il candore della chioma
pettinata alla francese
in giallo avorio di fermagli d’osso
alternati alle forcine d’alluminio,
unico gioco di bambino
assieme alle rocchette di quel lino
che usavi per rammendare le lenzuola
cinquantenni del corredo.

Concepire una bellezza
indipendente per goderla,
equivale ad ammirare un dipinto
raro oppure un fiore
che si consuma agli occhi
d’altro osservatore,
soffermo solo il vagheggiare
a quel momento in cui
mi obbligarono a baciare un volto morto
e non avevi più profumo né la cipria,
ma rimanesti ancora bella
dentro al sangue che gelò
da dentro e solo ora si discioglie
pensando ai perché di ciò che ammalia
e ancora mi conquista
nei visi stanchi delle nonne
felici a spasso con i nipotini.

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L'ombra

 

 

11/09/2006 15.01    

 


Ti ho cercato fra piane e pendii,
fra le case di pietra,
nei fossi,
nelle immagini della memoria,
dentro i calici rossi.

Ma resta sola la povera mano
su posaceneri pieni di mozziconi
a scacciare le mosche e il sudore
percorre le tempie

e ti penso com'eri
non sapendo il colore degli occhi,
i capelli stirati,
le tue lacrime amare,
l'angosciato pensare.

Torno alla camera vuota,
distendo le membra
e la mente si rialza
repentina a viaggiare,
è impossibile darle riposo.

Sai? Non vive nel corpo,
vagabonda le strade assolate,
con guizzi febbrili ti brama
come lupo la preda,
t'insegue,

ma non ti riporta
nell'orrida farra
in cui sono caduto,
e ora cerco un appiglio
e sono unghie sul vetro

 

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Routine

 

 

05/09/2006 15.53    

 


Vorrei il tempo d'aspettare un bus,
di gettare le briciole in una piazza qualunque,
di comprarmi qualcosa, per accudirmi un po',
come farei con un cane, l'avessi.

Ma scivola il tempo fra autostrade e guard rail,
gli uffici in disordine e i guai d'ogni giorno,
i telefoni accesi e il ronzare del fax:

il mio corpo è un rullo di carta
su cui il mondo si stampa
mentre resto passivo a cambiare,
e mi chiedo - so più riposare -

 

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Smarrito

 

 

26/08/2006 15.09    

 


Sono dunque
un sorriso acido
spento da lacrimose insonnie
e riacceso dal vino,

sono un bambino
triste d'esistere,
smarrito il suo giallo pulcino,
smarrita la strada

per diventare grande.

E sprofondo la zampa ungulata
in questa zolla al confine
fra la voglia di correre ancora
e il bisogno
di trovare un bivacco
per piangere un poco

e finalmente dormire nel corpo.



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Rugiada

 

 

12/05/2006 22.19    

 


E sei tornata, sotto questa brezza,
come rugiada fresca sugli steli
del mio andare lento e affaticato,
rientrata senza foglio di soggiorno,
clandestina in questo mondo a farlo nostro,
intriso degli umori e delle angosce
di un passato oramai color pastello.

Il filo d'erba in tua balìa si piega,
ma prende forza e irride al tempo inesorabile
che già ingiallisce come bianco d'occhi
tinto in zafferane nicotine,

eppure di quest'umido io vivo
mentre mi scorre la tua lingua il corpo
e la tua erre mi penetra l'orecchio
quasi a far male, sempre a ricordare
quel giorno che mi ripetesti "cuore"
e mi commossi dopo troppo tempo:

senti le lacrime che scivolano in gola
e le mie palpebre grattare le pupille
rimaste tanto a lungo senza luce
per un'assurda inedia o solamente,
dimentiche del bene che mi vuoi

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Le mie compagne

 

 

03/02/2006 15.48    

 


Silvia ha avuto un bambino, Luca si sposa ed Elena..
Elena ci arriva sempre qualche mezz'ora dopo
Ancora adesso sogno quei costati piatti
o appena mossi come dune di questo deserto

Gratto sapone di marsiglia
prima di tornare a cavar l'erba
in queste aiuole secche
arse dal sole

Seppur sia inverno
e nulla nasce

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Pterigota (che si dissolve)

 

 

05/12/2005 19.31    

 


mano di chela verde ramata
m'accarezza, mantidea,

brivido acre
convulsamente annaspato
è viscerale gesto di rifiuto,

ma sdegnosa mi risparmia
e si scolora

 

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Anemone

 

 

04/07/2005 15.25    

 


La risacca e l’onda,
sballottato il corpo,
lo stendono lieve
quasi inconsistente
sul sottile velo
di battigia

Profumo di ginestre,
di mirto e di ginepro,
la sua pelle ambrata
pare senza vita

e come una carezza
il vento spinge forte nelle nari
e irride anche la morte
che s’infrange sullo scoglio.

Fioca, tenue, livida promessa
s’erge e s’increspa,
nota sommessa,
abbraccia il corpo vivido
e in schiudersi di anemoni di mare,
come di labbra,

odo la voce.

 

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Nina

 

 

01/03/2005 19.23    

 


Invece sei fuggita sottopelle
come brivido hai percorso la colonna
senza più proferire che silenzio.
Non potevo che allungare il braccio
e aprire il palmo al cielo aperto
dove restavi spesso rannicchiata,
lasciarti liberare le tue ali
fra i refoli di questo nostro strappo
che è strazio di dolore a cuore aperto,
è sangue d'un'arteria incancrenita
dal sale del tuo pianto che devasta
a mareggiate questo misero ricordo.

Attendo di sentire il cinguettio,
almeno in sogno la tua fioca voce,
chè non v'è stato nulla di più bello
fra l'opere d'Iddio, Creatore e Padre.
Rivolgo penitente gli occhi al cielo
che ha spento i suoi bagliori col tuo nome
e ringrazio per avermi regalato
ancora una prova del tuo amore.

T'aspetterò sull'uscio fino all'alba,
non chiuderò le imposte e la serranda
di questo cuore debole e immaturo
che ha perso ormai di vividezza.
Continuerò affacciandomi al balcone,
scrutando stormi che non fan ritorno,
a sognare ricordandoti com'eri
come quel giorno che ti sussurrai d'amarti
e che m'ha trascinato in questo rovo
che lacera la mente e le mie notti

e non mi dà riposo.
 

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La cena della nonna (dedicato a Losh)

 

 

18/10/2004 18.28    

 


Puzzo di stalle unte e di letame,
d'aceto rosso e croste di polenta
e noi bambini attorno alla caldaia
che nonna ha tanto e tanto rimestato.
Il fuoco acceso e i giochi con la legna,
le carte da ramino nel cassetto
sapevano di muffa e pare un sogno
sentire quegli odori così forti!

Ancora oggi cerco le lenzuola
fra mille negozietti d'antiquario
che abbiano il tessuto così duro
di canapa e di lino quasi giallo.
Sembrava di introdursi dentro un nido
di quella ruvidezza così aspra
e mi sentivo proprio un uccellino
cercando il corpo caldo della nonna

Lei sì si alzava presto la mattina!
per fare un buon pastone alle galline
con segale e con crusca macinata
e quel che si buttava della cena.
La sentivamo sempre alzarsi piano
spaccar legnetti come zolfanelli
e il focolare in pochi begli istanti
gridava e strepitava per lo scotto

Lo scotto... ora lo paghiamo noi
dimentichi di certe cose belle
profumi che consideriamo odori
e lumi che consideriamo buio!
Vedeva la Tv pure mia nonna
negl'ultimi anni della vita stanca,
ma mai dimenticò di risparmiare
(mangiava poco la mia nonna)
qualcosa da buttare nel pastone!

 

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Il Teatro alla moda (omaggio a Benedetto Marcello)

 

 

18/10/2004 14.38    

 


E' finita “Blanc et Noir”
rassegna di duetti
per pianoforte e viola
e mi presento al tuo cospetto
col cuore senza pelle,
in mano,
per farci compagnia

Scorro copioni d’ogni sorta
nelle tue risa,
nei tuoi sospiri,
nell’innamorarci ancora,
e cresce questa frenesia
a riempire.. la memoria

Ti chiedi cosa voglia
questo pianista inquieto
mentre ti strucchi
e getti i tuoi vestiti
fra le parrucche vecchie
che mai non indossasti

Ma suona la campana,
sta per ricominciare,
mentre ripassi a mente
parole che appartennero
ad altre primedonne
di questa scena assurda

Non vi sarà sipario
(le luci del teatro si spegneranno piano)
e tu scivolerai dietro la quinta
La comparsa è là in seconda fila,
ma non si muove
è parte della scena.

Applaudirà la lirica alla fine
che hai scritto da poetessa e drammaturga,
ti poserà le rose in camerino
e poi riprenderà la propria via
fra palchi e gallerie da ripulire
sognandoti struccata e trasparente
come ti ho vista per la prima volta
quando suonavi accorta e silenziosa.

Ora che canti e tessi le tue lodi
ti inseguo fra i teatri della mente,
d'altronde non mi posso lamentare:
ti ho trascinata io su questo palco
e al pubblico pagante non ti puoi più negare
(e nemmeno alle comparse).

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Fiori di Campo

 

 

04/10/2004 18.40    

 


Colgo le tue carezze come fiori di campo
per ornare i pensieri del giorno
La notte le luci amaranto accecano il buio
e muto mi vesto di rossi pensieri di te
La tela che vai tessendo è tinta
dalle mie vasche di crostacei purpurei
E il mio sale ti giunge dal vento
che indossi con disinvoltura
mentre risali sul treno che mitiga la lontananza
Ti aspetto a Santa Maria Novella,
come le rondini l'inverno e i soldati la guerra,
per migrare e per non fermare questo nostro folle rincorrerci,
come stagioni rubate al tempo
che non ci interessa,
non ci turba,
non ferma il nostro crescerci
come edere avvinghiate sull'altro.
E continuo a raccogliere fiori,
per donarteli quando ritorni.
Saranno lì,
soli,
su qualche banchina,
fiori semplici di rosa canina.

 

 

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Il mercante

 

 

27/09/2004 14.44    

 


Fra le calli più strette, sperduto,
ho cercato il tuo viso mulìebre
senza accorgermi d’esser seguito
da fantasmi di maschere buone

Ho creduto di farti contenta,
respirato momenti d’incenso,
ma non lacrime andavo cercando,
in quest’isola poco felice

Cartapeste di questo settembre
han tradito i nostri pensieri:
Siamo giovani, questo ci frega,
invocanti promesse frugali!

E nell’animo nulla è cambiato,
è finito un periodo che stona
e storditi da alcolici pasti
ci ha mostrato tentacoli tetri

Sei più bella con questo costume,
tu non sei Colombina mia cara,
ora sei ben più degna padrona
dalle vesti tue antiche spogliata

Nella voce più calda e suadente
ora trovo più spente parole
ma che giovano il cuore un po’ affranto
che credeva d’averti ferito

Nel sentirti più degna rispetto
il convulso tuo corrermi incontro
e mi accorgo di aver fatto bene
a lasciarti entrar nel mio cuore

Pantalone non ride per niente
Interesse gli è sempre lì accanto
ora sento di esser maturo
anche se ti parrò un Arlecchino

Va danzando su liuti e ghironde,
una gondola passa soave,
io mi lascio portare dall’onda
e da aurora che ti sta vestendo

Son felice d’averti cercato
e d’avere sfiorato il tuo grembo
con i guanti di seta sbiancata
da lisciva di ceneri spente

Ora sorge una luce più fredda,
si confonde fra i passi di danza,
e stagliandosi sopra i riflessi
degli amplessi cancella il passaggio

Ti riscopro più pura regina
di giornate trascorse in attesa
Carnevale sì è spento col giorno
perché è giusto che abbia una fine

Quel che resta del nostro sfinirci
si trasforma in risate un po’ amare
ma che bello potere pensare
che nel sogno ti ho dato me stesso

Apro adesso bottega mia cara
e ti guardo in questa tua tela
non la vendo, la tengo da parte,
che nessun sguardo possa rapirla

Ho dormito ben poco stanotte
ho sognato di stringerti forte
tu non c’eri sei molto lontana
ma ho sentito la tua mano muta

E ti scruto fra i colori caldi
Di una luce che acquista la vita
mentre entra un cliente che sogna
di trovarti per pochi zecchini

“Le ho finite Sior caro perdoni..
le va via come il pan de ‘sti giorni
No ghe fasso che ben se ghe digo
che ‘l se merita un altro castigo”

Ma nel petto ti stringo e difendo
questo mio gran tormento d’amore
d’una nottata di Carnevale
che Settembre mi ha fatto provare.

 

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(seguito 3) La depressione non può impedire a "L'anemone" quell'inno alla vita che risuscita nella purezza dei fiori della natura e che riporta i nostri sensi e le commozioni in "Rugiada" che, con qualche complessità, esprime una prece di gratitudine per coloro i quali, esponendosi in prima persona, con umile dedizione e vestale semplicità, ci riconducono alle origini. Si tratta di un percorso concreto e non soltanto onirico, come vorrebbe suggerirci "Il mercante", nel quale un progetto non si realizza e poi si dissolve, ma non tradisce, come molte aspettative di vita che non evolvono con l'età. Tutta l'esperienza acquisita rimarrà sempre fissa ed invisa a tutti nel ripostiglio segreto eccelso del poeta.


Dopo avere letto questa ulteriore testimonianza poetica di Alessandro, debbo dire di avere goduto di una guida che mi ha accompagnato in luoghi distinti ed emozionanti. Da lettore, gli sono grato e, da poeta, sono partecipe di un sentire condiviso dove ha ragione d'essere quel poco di ermetismo che coinvolge verità delle quali ci possiamo impossessare. Grazie per il prezioso dono. Luciano


(seguito 2) Sebbene il nostro poeta, in "Certezza", riconosca nell'atavica fede la forza che porta ad infrangere le barriere delle convenzioni, traendo virtù dalle proprie radici, anch'egli deve confrontarsi con contrarietà e stati d'animo negativi. Ne scaturisce una introspezione spesso sconfortante che trova l'acuto ne "L'ombra", immagine de "l'urlo" tradotta in versi. Così, in "Routine", pone un interrogativo sugli spazi che ci nega lo stress con la premessa in "Con la punta delle dita", dove quegli spazi vorrebbero essere occupati da attività elettive del pensiero e dello spirito ma sottostanno al giogo della necessità che li vuole sacrificati sull'altare del bisogno e si sente "Smarrito" al punto di rivolgersi una ingiusta autocritica. Ma sono momenti che trovano riscontro in "Le mie compagne" il cui ermetismo parte da un incipit assunto nel quale si ritiene che gli usueti atti non conducono al risultato e si continua, ciò nonostante, a compierli malgrado gli opposti presupposti.


Ne "Il teatro alla moda" echeggiano queste precarietà relazionali ma, nell'esperienza artistica, nulla è effimero. E' un tutt'uno il primario con il secondario che non trascurano l'umanità di chi vi transita. (segue 3)


(seguito 1) Ne "La seta" ricorre una delle figure presenti nella raccolta e che la popolano e la impreziosiscono. Qui "esta milonga" si dipana nei tre tempi e si impome una figura depositaria di abbondante sensualità. Un'altra invece, in "Pterigota", appare irragiungibile e, per lei "che si dissolve", Alessandro si fa scenografo di un balletto in costume nel quale un tentativo di approccio sembra non gradito. seppure ammantato di forme e di sostanza. In "Nina" troviamo la conferma della convinzione che Alessandro avverte nel più profondo quel sentire da poeta perchè soltanto ai poeti ed ai musicisti è dato provare, come tangibile ed indelebile solco nel pensiero, un ricordo. Questo ricordo riverbera senza fine, senza tregua e non indulge.


Molto presente e lodevole è il ricordo della figura preminente della nonna nel rispetto dell'amore che avvolge un legame di sangue, una soave immagine inserita nel suo mondo rurale che già avevamo incontrato e che si erge come simbolo della epopea indimenticata dell'infanzia, di tanti simboli ed insegnamenti. (segue 2)


Questa raccolta, che ripropone una sola delle poesie già annotate (Nei cirri vedi Hlebine), rappresenta molti aspetti della nostra vita e la ripercorre attraverso le esperienze che dall'infanzia conducono alla maturità. Non è facile quindi sintetizzare il tutto e chiedo venia per la prolissità. Vale la pena di leggere e rileggere le poesie di Alessandro perchè sono di una linearità e di un fascino intrinseco che esplode nella loro lettura e scoperta. Vi si trovano tragedie riparate e sensualità senza veli, attrazioni e repulsioni, dottrina ed amore, guerra e pace, conquiste e delusioni, teatralità ed umanità.


Tutto ha inizio con il richiamo nel titolo ad un canto partigiano che ci introduce in quegli orridi dove la morte non ha potuto chiudere occhi che si spalancavano alla vita perenne per proseguire nella esplicazione del come quegli avvenimenti si sono insinuati negli abitanti delle terre di confine e di come insorga un motto di ribellione nella direttrice che, dalla purezza dell'infanzia, si dipana verso l'abisso della morte che deve essere ripudiato sebbene molti fomentino il rinfocolarsi di odi. (segue,,,1)

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